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Che cos’è la Sharing Economy? Che tipo di investimento è?

La Sharing Economy

RUBRICHE >> Economia >> La sharing economy

La Sharing Economy (o economia della condivisione) si propone come un nuovo modello economico in grado di venir incontro alle mutate esigenze di chi ha subito le pesanti conseguenze della crisi economica. Un modello non più basato sulla vendita ma sul riutilizzo e condivisione di beni e servizi, in cui l’elemento relazionale è fondamentale. Uno dei suoi aspetti fondamentali riguarda quello di rispondere alle nostre esigenze, offrendo quello che desideriamo mediante l’utilizzo del bene o servizio senza doverlo comprare.

Un nuovo modello di business

Oggi le aziende devono fare i conti con radicali trasformazioni dei modelli di business, e l’economia della condivisone è sicuramente una di queste. Si parla di una trasformazione culturale più che organizzativa, popolata da start-up che ripensano lo scambio di beni e servizi tradizionale e quindi anche il mercato. Al centro di questo nuovo modello economico non troviamo più le classiche transazioni basate sul denaro e sull’acquisto, ma il benessere sociale, il consumo consapevole, il risparmio e la riduzione degli sprechi.

È comunque difficile cogliere la portata innovativa rappresentata da questo nuovo sistema che invece contiene grandi potenzialità di sviluppo tanto da modificare le attuali logiche economiche e di lifestyle. Il vero successo di questo fenomeno sta nella volontà da parte della gente nel condividere non solo l’auto o l’appartamento ma anche lo stile di vita che deriva dalla condivisione.

Principali caratteristiche della Sharing Economy

Esistono oggi diverse forme di Sharing Economy, che vanno dalla condivisione dei mezzi di trasporto (Car sharing, Jet sharing, Sail sharing, Camper sharing), alla condivisione della propria abitazione con altre persone (House sharing), per non dimenticare il Coworking (condivisione di un ambiente di lavoro e risorse) ed il Crowdfunding (processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni). Sicuramente la lista non si esaurisce qui.

Caratteristiche comuni di queste tipologie di economia condivisa sono la:

  1. piattaforma (non è più l’azienda a possedere beni e servizi, ma le persone, le quali si incontrano per metterli a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno);
  2. community (si creano delle vere e proprie comunità all’interno delle quali si instaurano delle relazioni molto forti tra le persone, improntate sulla socialità, sulla convenienza economica, efficienza del servizio,..);
  3. convenienza (l’acquisizione di beni e servizi viene fatta sulla base di un reale vantaggio economico e sulla comodità ed efficienza con la quale sono stati ottenuti);
  4. tecnologia (Internet mette a disposizione un mezzo molto potente per far incontrare domanda e offerta, annullando le distanze geografiche).

Il futuro della Sharing Economy

Gli scenari che si posso aprire sullo sharing economy, sono estremamente interessanti ed innovativi, si va da “ScambioCasa” e  “Airbnb”, i portali che permettono di scambiare la propria casa con quella di un altro utente o di affittare camere e appartamenti ai turisti, fino a “BlaBlaCar” per condividere viaggi e passaggi in auto o la più nota “Uber (società che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato). In termini di numeri Uber e Airbnb hanno raggiunto il valore di borsa di 25,5 miliardi di dollari e un fatturato di 50 miliardi di dollari. Inoltre si stima che in Europa, entro il 2025, la sharing economy potrebbe raggiungere i 570 miliardi di euro e solo in Italia potrà valere fino al 1,3% del PIL con una crescita esponenziale che porterebbe entro 10 anni ad avere un fatturato di 25 miliardi di euro.

Tuttavia, nonostante il sempre più crescente successo, esistono dei rischi sul loro utilizzo, soprattutto in termini di sicurezza. Molte piattaforme hanno implementato dei meccanismi per verificare la reputazione e l’affidabilità di coloro che si iscrivono, si sono date anche un codice etico che tutti devono rispettare. Questo, però, non riduce a zero il rischio di frodi o altri comportamenti scorretti.

La direzione che si deve prendere è quello di fornire un sistema di regole che controlli la crescita della sharing economy, limitandone gli effetti negatici e generare vantaggi condivisi da tutte le parti. In questo senso si è mossa la Comunità Europea attraverso linee guida che forniscano strumenti per armonizzare le norme fra i diversi Paesi dell’Unione Europea, riducendo i rischi per i diversi operatori del settore.

Qual’è la posizione dell’Italia nei confronti della Sharing Economy?

Anche l’Italia ha preso posizione attraverso una legge di cui stanno discutendo le Commissioni Attività produttive e Trasporti della Camera, dal momento che ci si è resi conto dell’urgenza di avere una regolamentazione chiara che tuteli non solo le piccole società che vogliono entrare in questo business (evitando l’oligopolio delle grandi imprese online), ma anche eviti fenomeni di concorrenza sleale, ad esempio nei confronti di albergatori o altri operatori che in questi mercati sono presenti da anni.

Gli onorevoli Tentori, Palmieri, Catalano, Boccadutri, Bonomo, Bruno Bossio, Coppola, Galgano, Quintarelli, Basso hanno presentato una proposta di legge sulla “Disciplina delle piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi e disposizioni per la promozione dell’economia della condivisione” con il seguente obiettivo:

pubblichiamo qui l’anticipazione della proposta di legge sull’economia collaborativa, perché pensiamo possa rappresentare un passo importante di cambiamento anche culturale della società italiana e che sia necessario, come per tutti i temi di primaria importanza, che la legislazione sia frutto di un ampio dibattito pubblico. La regolazione di questo tema è, inoltre, estremamente controversa e crediamo che coinvolgere il più ampio numero di competenze sia necessario per migliorare la proposta..

In conclusione la Sharing Economy rappresenta una opportunità anche per piccole e medie aziende ma ha bisogno di essere regolamentata, per evitare che se ne perda il controllo. In Italia la sua diffusione è frenata, oltre che da una mancanza di normative chiare che favoriscano  l’adozione dei nuovi modelli di business di questo mercato, anche da un forte ritardo nel processo di digitalizzazione. Quest’ultimo aspetto viene confermato anche dal Dise (Digital Economy and Society Index 2016), indice sviluppato dalla Commissione Europea per misurare il grado di diffusione del digitale nella Ue, in cui l’Italia si trova tra gli ultimi paesi dell’Unione europea.

Gianfranco Mozzali

By | 2017-04-28T11:59:21+00:00 aprile 28th, 2017|Lifestyle|